Dare una definizione di diritto non è semplice, è mutevole per geografia, politica e cultura, possiamo però identificarlo con l’insieme delle norme (giuridiche) che ordinano la vita di una comunità in un determinato momento storico.
La società cambia e il diritto, che non è figlio dalla legislazione, ma della società stessa, deve necessariamente cambiare con essa. Un diritto spesso ci sembra dovuto, naturale e non ci si accorge della libertà che ci garantisce finché non ci viene negato.
Da mesi ormai assistiamo al “risveglio” di interi popoli che chiedono giustiziaperché non sono più disposti a tollerare gli egoismi dei propri governi. In Iran, Tunisia, Algeria, Egitto, Marocco, Bahrein, Siria, Islanda, Spagna, Grecia e ora Israele, cittadini -e non fazioni politiche-, semplici esseri umani, chiedono la tutela dei propri diritti e la partecipazione del popolo alle decisioni del governo.
Si è sviluppata a macchia d’olio in Europa una nuova forma di protesta sociale apartitica, quella degli Indignati (dagli indignados spagnoli) che si basa sulla non violenza e che ha come obiettivo quello di risvegliare le coscienze dei popoli.
Lo scorso 15 Maggio 2011 (e successivamente anche il 27 Giungo) le piazze di Madrid, Barcellona, Valencia, Siviglia e tante altre città spagnole sono state teatro di una nuova forma di mobilitazione e protesta popolare. Gli attori sono meglio noti come Indignados e sono studenti, disoccupati, cassaintegrati, pensionati: un miscuglio di generazioni unito dall’indignazione nei confronti di uno stato in cui il tasso di disoccupazione è del 21%, in cui banche e politica collidono, in cui è emerso un forte sentimento di urgenza di salvare il proprio futuro.
L’obiettivo delle manifestazioni non è stato solo quello di protestare contro il sistema, ma di inizare un coordinamento che portasse all’assemblea di popolo, alla partecipazione e alla proposizione di valide alternative alla crisi.
Si sono conosciuti e uniti sui Blog, hanno diffuso il loro pensiero grazie a Twitter e Facebook, e dalla Spagna il movimento si è allargato prima a Parigi, Bruxelles, poi in Grecia e ora in tutta Europa e a Wall Street.
In Italia i primi bagliori del movimento si sono scorti il 5 settembre a Milano, davanti a Piazza Affari centinaia di giovani si sono radunati pacificamente con tende, idee e musica jazz. Il movimento poi si è spostato nelle varie piazze Italiane: Bologna, Roma, Padova, Bari, Firenze, Pisa e piano piano si sta diramando sempre più capillarmente in tutte le regioni Italiane. Il coordinamento avviene grazie a numerose pagine di Facebook e blog di associazioni che condividono l’iniziativa (Arci, CGIL, Popolo Viola, USB, Grillini, Global Project, San Precario ad esempio, ma anche singoli indiviui come Alex Zanotelli), ma il sito principale in cui ognuno può “postare” la sua indignazione, le sue idee e le sue proposte è, a livello nazionale,http://www.italianrevolution.org/.
Di ragioni per indignarsi, in Italia, ora, ce ne sono parecchie.
Questa indignazione porterà migliaia di persone a Roma, in Piazza del Popolo, il prossimo 15 Ottobre, a protestare contro un mercato del lavoro sempre più improntato sulla precarietà, contro la riduzione dei servizi (istruzione, cultura, pensioni, territorio), proponendo una maggior sensibilizzazione della popolazione alle tematiche socio-politiche, un’apertura all’immigrazione, una democrazia rappresentativa dei cittadini, prospettive reali per il futuro dei giovani. Partecipazione.
Chi non fa uso del proprio diritto, lo perde.
RISE-UP.
Semplici le regole: nessuna bandiera di partito, sindacato o altra associazione (se non quella dell’Italia e del 15.O), chi scenderà in piazza dovrà presentarsi come singolo individuo rappresentante di se stesso. No alla violenza.
In caso di sgomberi da parte delle forze dell’ordine non reagire assolutamente, invitare tutti a mantenere la calma (le forze dell’ordine sono persone come noi vittime anch’esse di questo sistema).
In caso di pioggia portare l’ombrello, impermeabili e teli di plastica con corde.
