Sono sempre stata brava ad andare via, molto più raramente a fermarmi, aspettare. 
Delusa, esausta, curiosa, impacchetto i miei ricordi in cartoni e valige, e non mi chiedo mai  perché io stia partendo. 
 (Non ho tempo)
[Bella scusa] 
Col tempo, invece, ho capito che non fermarsi a pensare è solo un subdolo stratagemma per evitare la sofferenza. Col tempo ho capito che scappare fortissimo (in fondo) non è molto diverso da inseguire. 
Sono scappata da tante cose, dalla mia rosa, dalle mie volpi, e le mie stelle avevano smesso di ridere. Probabilmente ero solo io che avevo smesso di guardarle e di ascoltarle.
“Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino, e non trovano quello che cercano; e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi.”  E le rose non sono semplici da amare.
Cara la mia rosa non scappo da te questa volta, ti porto con me. Ho smesso di scappare.
Sarai nelle stelle, e nei voli che farò sulle nuvole trasportata dalle migrazioni di rondini. Sarai nell’acqua, nella solitudine, nella musica, negli occhi dei bambini. E sarà bello averti con me. Non mi inganni più, inganni te stessa, perché quelle quattro spine che usi per difenderti dal mondo in realtà servono solo per difenderti dai tuoi di fantasmi. 
Ho imparato, crescendo, a giudicar(ti) dagli atti, e non dalle parole. 
Ho imparato a riconoscere i semi buoni dai semi cattivi, a pulire i miei vulcani e ad estirpare i semi di baobab. [Qualche erbaccia la lascio sempre, mi aiuta ad apprezzare quello che di bello c’è nella mia vita.] Ho riconosciuto in me tanti vizi e ho imparato che per capire il valore delle persone che amiamo la distanza è necessaria. Ho imparato quanto è importante creare dei legami, costruirli, coltivarli, difenderli. La vera amicizia è accettazione. Ho imparato che solo il silenzio permette di capire che “l’essentiel est invisible pour les yeux” perché “on ne voit bien que avec le cœur”.
Mi sono mancati gli abbracci, per tanto tempo. Gli abbracci che sostengono, che danno pace. Al loro posto braccia rigide e pesanti a stringere il vuoto davanti al petto. Non ero più capace di abbracciare.
Il mio cuore ha battuto nel corpo di un re, di un ubriacone, di un geografo, di un lampionaio, di un vanitoso, di un uomo (donna?) d’affari. Quante brutte cose che impari crescendo. 
Ora, il mio cuore batte. Si sente? A volte ho paura che batta così forte da far sentire a chi lo ascolta quello che vuole dire. Mai l’amore consiste semplicemente nello scegliersi l’un l’altro. Esso piuttosto vive di una fecondità condivisa, di un dono che supera l’incontro di due vite. Amare significa scegliere di crescere insieme. 
A un mese dalla mia partenza cosa scelgo? Voglio arrendermi in un abbraccio, uno di quelli in cui ti affondi nel petto e nel collo dell’altro, finisci di aspettare quel qualcosa che non sapevi cos’era e resti lì. Voglio il colore del grano.

Sono sempre stata brava ad andare via, molto più raramente a fermarmi, aspettare.

Delusa, esausta, curiosa, impacchetto i miei ricordi in cartoni e valige, e non mi chiedo mai  perché io stia partendo. 

 (Non ho tempo)

[Bella scusa] 

Col tempo, invece, ho capito che non fermarsi a pensare è solo un subdolo stratagemma per evitare la sofferenza. Col tempo ho capito che scappare fortissimo (in fondo) non è molto diverso da inseguire. 

Sono scappata da tante cose, dalla mia rosa, dalle mie volpi, e le mie stelle avevano smesso di ridere. Probabilmente ero solo io che avevo smesso di guardarle e di ascoltarle.

“Gli uomini coltivano 5000 rose nello stesso giardino, e non trovano quello che cercano; e tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua. Ma gli occhi sono ciechi.”  E le rose non sono semplici da amare.

Cara la mia rosa non scappo da te questa volta, ti porto con me. Ho smesso di scappare.

Sarai nelle stelle, e nei voli che farò sulle nuvole trasportata dalle migrazioni di rondini. Sarai nell’acqua, nella solitudine, nella musica, negli occhi dei bambini. E sarà bello averti con me. Non mi inganni più, inganni te stessa, perché quelle quattro spine che usi per difenderti dal mondo in realtà servono solo per difenderti dai tuoi di fantasmi. 

Ho imparato, crescendo, a giudicar(ti) dagli atti, e non dalle parole. 

Ho imparato a riconoscere i semi buoni dai semi cattivi, a pulire i miei vulcani e ad estirpare i semi di baobab. [Qualche erbaccia la lascio sempre, mi aiuta ad apprezzare quello che di bello c’è nella mia vita.] Ho riconosciuto in me tanti vizi e ho imparato che per capire il valore delle persone che amiamo la distanza è necessaria. Ho imparato quanto è importante creare dei legami, costruirli, coltivarli, difenderli. La vera amicizia è accettazione. Ho imparato che solo il silenzio permette di capire che “l’essentiel est invisible pour les yeux” perché “on ne voit bien que avec le cœur”.

Mi sono mancati gli abbracci, per tanto tempo. Gli abbracci che sostengono, che danno pace. Al loro posto braccia rigide e pesanti a stringere il vuoto davanti al petto. Non ero più capace di abbracciare.

Il mio cuore ha battuto nel corpo di un re, di un ubriacone, di un geografo, di un lampionaio, di un vanitoso, di un uomo (donna?) d’affari. Quante brutte cose che impari crescendo. 

Ora, il mio cuore batte. Si sente? A volte ho paura che batta così forte da far sentire a chi lo ascolta quello che vuole dire. Mai l’amore consiste semplicemente nello scegliersi l’un l’altro. Esso piuttosto vive di una fecondità condivisa, di un dono che supera l’incontro di due vite. Amare significa scegliere di crescere insieme. 

A un mese dalla mia partenza cosa scelgo? Voglio arrendermi in un abbraccio, uno di quelli in cui ti affondi nel petto e nel collo dell’altro, finisci di aspettare quel qualcosa che non sapevi cos’era e resti lì. Voglio il colore del grano.