LA MIA AFRICA
Ottobre 2007
È difficile riempire il foglio bianco che mi trovo davanti con parole che descrivano quello che ho vissuto…sarebbe più semplice poter usare i colori, gli odori, le immagini, fotografie indelebili nella mia mente, ma ancora non sarebbe abbastanza.
La mia Africa ha cambiato tutto, l’Africa cambia tutto, sempre.
Catapultarsi in un mondo così distante dal nostro disorienta, ribalta i valori, mostra lati di se stessi, del mondo e della vita cui nemmeno lontanamente si penserebbe da qui.
Sono partita da sola nel caldo agosto milanese con tanta voglia di fare e un po’ di paura nel cuore, senza avere ben chiaro in testa né il motivo vero per cui mi stessi mettendo in viaggio né cosa mi stesse aspettando.
Probabilmente davo semplicemente ascolto alla vocina che ho dentro che da sempre mi dice “non è tutto qui”.
Credo possano essere infinite le motivazioni per cui si decide di partire per fare del volontariato in paesi bisognosi come l’Africa, per alcuni è la voglia di aiutare gli altri, per altri un tentativo di non restare impotenti guardando il bisogno e la sofferenza, per altri ancora un modo per sentirsi meglio, perché, come dice Nietsche non esiste forma di altruismo che non nasconda un velo di egoismo, ma in realtà tutto ciò nasconde quello che è il vero scopo, consapevole o meno, che è conoscere se stessi, ma non lo si capisce finché non si arriva, o forse finché non si torna.
La mia Africa è stato tutto questo per me, e molto di più.
Il mio arrivo a Lomè (capitale del Togo) è stato già un avventura…dopo insidie burocratiche legate al visto e al ritiro dei bagagli ho trovato i ragazzi dell’ AJVSM, associazione togolese presso cui ho svolto la mia attività di volontariato, ad aspettarmi fuori dall’aeroporto. Nella mia ingenuità, da ragazza occidentale allo sbaraglio pensavo mi avrebbero portato alla sede dell’associazione per passare la notte, ma in realtà ho trascorso a Lomè i primi 4 giorni del mio soggiorno, sballottata da una casa all’altra, ospite dei ragazzi dell’associazione.
Ho avuto paura e mi sono sentita smarrita, quante cose non capivo…quante cose mi hanno spaventato e quante domande avrei voluto fare, domande mute impossibilitate dal mio francese arrugginito e dal loro inglese improvvisato…
E allora decidevo di non chiedere nulla, ma di vivere quello che mi si proponeva giorno per giorno, nonostante fosse difficile per una persona abituata ad organizzarsi le giornate al secondo, che va in crisi per i cambi di programma e l’incertezza…è stata dura.
Ho vissuto come un sollievo il trasferimento nel villaggio di Danyi Dafo, nella region de plateaux, che è diventata la mia casa per le altre 4 settimane. Avevo un mio letto, ho potuto svuotare il mio zaino, ritagliarmi uno spazio mio, un mio rifugio…sono queste piccole cose che si imparano ad apprezzare.
La mia vita ha iniziato ad assumere ritmi più regolari, la mattina sveglia, colazione, poi un giro nel villaggio suonando lo djambè per chiamare i bambini per andare a scuola, lezioni di inglese, francese, matematica, ore a colorare e disegnare interrotte da canti e risa. Poi pranzo e ancora bambini, giochi e coccole.
Potrebbe sembrare idilliaco, ma non lo è stato.
All’inizio manca tutto, mi mancava il mio letto, il mio bagno, le posate, la luce, l’acqua, mancavano le foto appese sui muri di camera mia, mancava il cellulare, che era l’unica forma di comunicazione con il resto del mio mondo, perché dovevo centellinare la carica della batteria, mancava tutto…ma piano piano ci si rende conto di quanto tutte queste cose non siano in realtà essenziali…
E così ho scoperto la bellezza di farsi la doccia con i secchi sotto le stelle a lume di candela, di correre sotto una pioggia battente che fa male agli occhi, di fare pipì in mezzo a serpenti e caprette, di inoltrarsi nella foresta con un secchio in testa e scoprire i colori e le farfalle e il silenzio…
Ho avuto come la sensazione di non aver mai vissuto nulla.
È tutto diverso, amplificato. Il verde degli alberi è un verde vero e i fiori mostrano una tale varietà di colori da far invidia ai più bei quadri impressionisti, il cielo assume sfumature inimmaginabili.
Il cielo dell’Africa…potrei stare ore a parlare solo di questo…lascia senza fiato. Si trasforma continuamente trasformando anche il tuo stato d’animo: ti può regalare una sensazione di pace immensa la mattina quando il sole sorge e colora tutto di arancione, di vitalità quando terso brilla di un azzurro cristallino, o può fare paura quando annuncia l’arrivo di un temporale e si illumina di lampi gialli che lo trasformano da grigio in violetto. La luna illumina la notte tanto da rendere inutili le torce, e alzando gli occhi nel buio la sensazione è quella di non voler più abbassare lo sguardo e rimanere a naso all’insù per sempre ad ammirare la quantità di stelle più spettacolare che l’uomo possa immaginare.
Il cielo è stato il mio conforto e il mio rifugio, riusciva a donarmi la serenità che non ero in grado di trovare in me stessa.
Ero sola… sono stata sola per tre settimane, con solamente una penna e un foglio su cui sfogare i miei dubbi, le mie emozioni, le mie paure e i miei momenti di sconforto…senza un abbraccio o una parola carina perché in Africa sono tutti così forti…e io mi sono resa conto di quanto tutta la forza che posso avere qui in Italia, l’autonomia che dimostro nei miei viaggi per il mondo, la tenacia, la testardaggine non sono nulla in realtà, mi sono sentita piccola e impotente. Essere poveri e soli distrugge. Non mi è mai stato così chiaro quanto io abbia bisogno dell’amore di chi mi è vicino per trovare la forza di mettere un piede davanti all’altro.
E cercavo quell’amore nei miei bambini, piccoli cioccolatini neri neri con occhi profondi e sorrisi che illuminano l’animo. La mattina alle sei erano già fuori dalla mia finestra a chiamare il mio nome, mi osservavano fare colazione, mi spiavano mentre mi cambiavo arrampicandosi sulla palma di fronte alla mia finestra e mi aspettavano quando andavo in bagno o da lontano guardavano quando facevo la doccia…i miei bambini…il tesoro più grande che l’Africa mi ha lasciato nel cuore e l’unica cosa che sento di aver fatto di buono in questo viaggio, aver donato loro me stessa, per come sono io, senza maschere, con tutto l’amore di cui posso essere capace, e ancora mi sembra non sia abbastanza perché quello che ne ho ricevuto in cambio è milioni di volte più grande.
Per loro ero perfetta, scrutavano ogni centimetro della mia pelle, osservavano le vene, contavano i nei, mi accarezzavano i capelli, mi leccavano le braccia per assaggiare il mio sapore, penetravano i miei occhi con i loro sguardi profondi e ogni volta era come se mi entrassero dentro, penso di non essere mai stata guardata davvero in vita mia prima, da nessuno.
Questi bambini hanno tanto bisogno, bisogno di amore, di attenzioni, di affetto e di coccole. In lingua Ewe non esiste nemmeno la parola “bacio”. I genitori sono troppo impegnati con loro stessi per dedicare ai figli tempo e calore, credono non sia importante. Questi piccole pesti invece ne hanno uno spasmodico bisogno, tanto che si litigavano la mia mano, o il posto a sedere vicino a me…si mettevano in fila per un bacio e quando li prendevo in collo si pavoneggiavano come fossero su un trono. Si lasciavano andare completamente tra le mie braccia, tanto che regolarmente diventavo il loro letto: si addormentavano accoccolati a me a qualsiasi ora del giorno e quando riaprendo gli occhi mi vedevano e sorridevano mi disarmavano. Toglie il fiato.
Non penso di aver meritato tanta importanza.
Vivono in case fatte di malta e paglia, i più fortunati hanno un tetto e dei mattoni veri, dormono per terra in sacchi di iuta pieni di fieno, non hanno nient’altro che una stanza che rischia di crollare ogni volta che la pioggia si fa troppo battente. Eppure sorridono, hanno del cibo e sono sereni. Probabilmente nessuna delle cose che noi riteniamo importanti lo è in realtà.
Mi hanno insegnato che nella vita l’importante è sorridere e godersi le cose.
La cultura africana è lontanissima dallo stereotipo di sofferenza e dolore che mi ero immaginata. Non conoscono la parola stress, lavorano il minimo indispensabile per assicurarsi del cibo a fine giornata, lavorano a turni, in modo tale che mentre uno fatica un altro faccia da sostegno morale! Il Togo è un paese pieno di antinomie: vivono in capanne eppure per le strade sfrecciano macchine e moto, hanno potenzialità ma non interessa loro sfruttarle, hanno risorse che sono gestite nel modo sbagliato perché chi è al potere guarda solamente ai propri interessi, vivono nella povertà ma sono egoisti.
E io che ritenevo che nella povertà si scoprisse il piacere della condivisione. Probabilmente la vera povertà è questa però, è avere bisogno, necessità, totalmente anche a discapito degli altri. Avevo già visto la sofferenza in giro per il mondo ma guardare le cose da turista è molto diverso dal viverle.
In Africa ci si può perdere e ritrovare milioni di volte, si può trovare forza e conforto nelle cose più semplici.
Non riesco a spiegare quello che è cambiato in me, non so dire se sono più forte, più debole, più onesta, più brava, più paziente, più…sicuramente mi sento “meno” in tante cose.
Quello che mi è rimasto è voglia di fare e di dare, per quello che posso e per quello che riesco.
Il progetto di sostegno scolastico cui ho preso parte, invece, non è stato efficace per molteplici ragioni, prima tra tutte il fatto che fosse l’associazione locale a gestirne in toto lo svolgimento, il popolo africano manca di inventiva e capacità organizzativa, è molto sedentario, si accontenta, e questo inevitabilmente è stato un ostacolo all’insegnamento; secondariamente l’associazione Oikos, che mi ha fornito il contatto con l’AJVSM togolese, si è disinteressata sia a me, che al progetto, che all’associazione locale, quando in realtà credevo che dal momento in cui veniva richiesta una quota associativa un qualche genere di servizio avrebbe dovuto essere fornito, sia che fosse un sostegno economico o altresì una presenza effettiva che coordinasse lo svolgimento delle attività, ma nulla di tutto ciò si è verificato.
Detto questo ritengo che comunque cambiare le cose sia difficile, perché i volontari togolesi che hanno partecipato al campo con me hanno fatto del loro meglio per adempiere ai loro doveri e farmi sentire a mio agio: mi hanno coccolato, persino viziato a volte e non mi hanno fatto mancare nulla, né da un punto di vista materiale che di sostegno affettivo per quanto fosse loro possibile; ma il fattore culturale è predominante. Trovo sia ingiusto e inutile tentare di imporre la nostra cultura e il nostro modo “occidentale” di vivere e lavorare soprattutto perché non è detto che tra i due mondi sia il nostro il migliore. Credo, però, anzi di questo sono fermamente convinta, che nel momento in cui si iniziasse un progetto di cooperazione che non escludesse le differenze culturali, ma ne facesse tesoro per costruire un modo nuovo di operare e di migliorare sarebbe possibile fare passi da gigante.
Dopo quasi un mese dal mio ritorno non sono ancora capace di spiegare cosa abbia significato questa esperienza di volontariato per me, mi ha donato tanta speranza e tante paure in più, ma sono sensazioni difficili da spiegare a chi non le vive.
Sicuramente quello che è rimasto in me è un buco, manca quella parte di Mara che è rimasta tra gli occhi profondi dei bambini, quella parte che ha lasciato il posto al famoso mal d’Africa, di cui tutti parlano, ma che non si capisce né percepisce finché non si torna, finché non si incontra lo sguardo di un bambino per cui sei solo una tra tanti, finché non ci si accorge di quanto fosse magico fare la doccia sotto le stelle e nel silenzio della foresta riuscire a sentire il brusio dei propri pensieri, finché si inizia ad avere paura di dimenticare la semplicità delle piccole cose e di non aver fatto abbastanza, finché non cresce la voglia di tornare per dare, ancora e di più.
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